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ICEF, la riforma non convince: «Così si favoriscono i redditi più alti»

Immagine del redattore: UIL FP TRENTO - EE.LL. e P.A
UIL FP TRENTO - EE.LL. e P.A
29 ago
Tempo di lettura: 3 min

CGIL, CISL e UIL del Trentino contestano le modifiche approvate in Commissione: penalizzato il lavoro femminile e vantaggi per le fasce economicamente più forti. Circa 20 mila famiglie avrebbero già pagato tariffe più alte.


Le modifiche all’ICEF introdotte dalla Giunta provinciale e approvate dalla Quarta Commissione del Consiglio provinciale non risolvono le criticità emerse con la revisione dello scorso anno. Al contrario, rischiano di rendere l’indicatore meno capace di rappresentare in maniera equa la reale situazione economica e patrimoniale delle famiglie trentine.


È questa la posizione espressa unitariamente da CGIL, CISL e UIL del Trentino, che mettono al centro della propria critica tre questioni: lavoro dipendente e occupazione femminile, trattamento dei lavoratori autonomi e patrimonio, aumento delle tariffe a carico delle famiglie.


La nuova deduzione rischia di premiare soprattutto i redditi più alti

Uno dei punti principali riguarda l’aumento della deduzione per i redditi da lavoro dipendente, che passa da 5.000 a 6.000 euro.


Un intervento che, secondo i sindacati, non raggiunge però l’obiettivo dichiarato di favorire realmente il lavoro femminile.


I dati evidenziati dalle organizzazioni sindacali sono significativi: su circa 85 mila lavoratrici dipendenti trentine, tra operaie e impiegate, circa 70 mila percepiscono meno di 18 mila euro all’anno. I maggiori benefici della nuova deduzione si concentrerebbero invece sui redditi superiori ai 25 mila euro.


Il risultato rischia quindi di essere paradossale: una misura presentata anche come sostegno all’occupazione femminile finirebbe per avvantaggiare prevalentemente i redditi più elevati, e dunque soprattutto la componente maschile del lavoro dipendente e le famiglie monoreddito.


Una scelta ancora più discutibile se si considera che le famiglie nelle quali entrambi i genitori lavorano devono sostenere maggiormente i costi dei servizi di conciliazione.


Lavoratori autonomi e dipendenti: un’equiparazione che non convince

Altro punto contestato riguarda la scelta di equiparare, ai fini ICEF, il trattamento dei redditi da lavoro autonomo a quello dei lavoratori dipendenti.


Secondo CGIL, CISL e UIL, questa impostazione rischia di creare un ulteriore squilibrio, perché i lavoratori autonomi beneficiano già, in molti casi, di regimi fiscali più favorevoli.

L’equiparazione all’interno dell’ICEF potrebbe quindi trasformarsi, secondo le organizzazioni sindacali, in un vantaggio aggiuntivo, invece di rafforzare il principio di equità alla base dell’indicatore.


Anche le modifiche relative alla componente patrimoniale destano forti perplessità: per i sindacati rischiano infatti di favorire maggiormente i nuclei economicamente più solidi, anziché concentrare gli interventi sulle famiglie che hanno realmente maggiore bisogno di sostegno.


Il caso delle 20 mila famiglie che hanno pagato di più

La conseguenza più concreta delle modifiche all’ICEF riguarda però le tariffe dei servizi pubblici.


Con la revisione entrata in vigore lo scorso anno, in numerosi territori non sono state adeguate le soglie ICEF utilizzate per determinare quanto le famiglie devono pagare per servizi fondamentali come asili nido, mense e prolungamento scolastico.


Il risultato è che nuclei familiari il cui reddito non era aumentato si sono ritrovati con un ICEF più elevato e, di conseguenza, con tariffe maggiori.


Secondo le stime sindacali, sarebbero circa 20 mila le famiglie trentine coinvolte, che potrebbero aver sostenuto per un intero anno costi più elevati per nidi e mense.


CGIL, CISL e UIL sottolineano come Comuni e Comunità avrebbero dovuto adeguare le soglie al nuovo sistema e contestano alla Provincia di non essere intervenuta per evitare che gli effetti della riforma ricadessero direttamente sulle famiglie.


Chiesto l’intervento del Consiglio delle Autonomie Locali

Per evitare che il problema si ripeta con la nuova campagna ICEF, le organizzazioni sindacali hanno deciso di coinvolgere anche il Consiglio delle Autonomie Locali, chiedendo che la questione delle soglie venga affrontata a livello provinciale prima che le nuove regole producano ulteriori aumenti.


La questione, infatti, non è semplicemente tecnica.


L’ICEF determina concretamente quanto una famiglia paga per accedere ai servizi e a quali agevolazioni può avere diritto. Qualsiasi modifica dell’indicatore deve quindi essere valutata partendo da un principio fondamentale: chi dispone di meno risorse non può essere chiamato a sostenere un peso proporzionalmente maggiore.


UIL: serve maggiore equità, non nuovi squilibri

Per la UIL, la revisione dell’ICEF deve avere come obiettivo una maggiore equità sociale e una rappresentazione realmente aderente alle condizioni economiche delle famiglie.


Non è accettabile che un intervento nato per correggere le distorsioni del sistema finisca per premiare maggiormente i redditi più elevati, penalizzare le famiglie con due lavoratori e non offrire un sostegno concreto al lavoro femminile.


Allo stesso modo è indispensabile intervenire sulle soglie utilizzate dagli enti locali, affinché un aumento puramente tecnico dell’indicatore ICEF non si trasformi automaticamente in un aumento delle rette e delle tariffe.


La UIL continuerà quindi a seguire l’iter della riforma e i suoi effetti concreti, chiedendo che al centro delle scelte della Provincia tornino l’equità, la tutela dei redditi da lavoro e il sostegno reale alle famiglie trentine.

 
 
 

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